ADG 2017 | tema "Fragile"

Opere progetti selezionate


Pubblichiamo la prima selezione degli autori che hanno partecipato a "Fragile" per la categoria 'progetti'.

La giuria avrà il compito di scegliere minimo 6 progetti da inserire nel progetto dell'esposizione finale. Durante la serata di inaugurazione verranno poi scelti i 3 autori a cui verranno assegnati i premi.

L'inaugurazione della mostra "Fragile" sarà il 23 febbraio 2018 a Firenze, presso lo spazio espositivo "Chiasso Perduto" in via dei Coverelli, 4R.

Carla Sutera Sardo

“Wet Thoughts”

I pensieri bagnati nascono dalla mia confidenza con l'acqua. 

Sono nata su un isola l'acqua ne decide i confini ,la sua vastità ci fa sentire fragili ed impotenti.

Ma ecco che il corpo immerso trova la sua spazialità, rende chiare le sue linee.

L'immergersi ci riporta al centro del nostro pensiero intimo, quello che si nasconde dal quotidiano e che ci fa sentire unici.

Alessandra Montis

"Escondido"

Escondido, che in spagnolo significa "nascosto", è una raccolta di 20 autoritratti scattati tra il 2013 e il 2014 in un unico ambiente: casa mia. Con questo progetto ho voluto raccontare quello che può succedere ad ognuno di noi: nasconderci dietro le apparenze, soffocare il nostro vero io per avere l'approvazione di terzi e confonderci tra la folla. 

Sono particolarmente legata a questo progetto perchè attraverso questi scatti mi sono messa a nudo e ho avuto la possibilità di lavorare su me stessa.

 


Marco Zupone

“I Ragazzi di Don Orione” (about madness)

Questo reportage e’ stato realizzato nel 2002  presso il centro di recupero psichiatrico “Don Orione”, località Perolla vicino Grosseto. In questo podere agricolo non ci sono medici o psichiatri ma solo due sacerdoti, un medico li viene a controllare una volta a settimana, le loro stanze sono rigorosamente vuote, spartane, prive di identità o personalizzazioni, nessuna fotografia o quadro , poster  o qualunque oggetto personale che potrebbe aprire “finestre” o ricordi incontrollabili sul loro passato. E’ abitato solo ed esclusivamente da persone di sesso maschile, uomini anche di 50 o 60 anni, con problemi mentali o  gravi disabilita’ psichiche (depressione, schizofrenici, autistici, o bipolari)e per questo sono affettuosamente chiamati per sempre i “ragazzi” di Don Orione.

Occupano le loro giornate (e i loro pensieri) accudendo anatre, struzzi, maiali, galline, cavalli o arando e coltivando i campi.

Il folle spesso ride e viene deriso, unisce e confonde giorno e notte, verità e menzogna, accecamento e visione. Ma il folle spesso diviene folle perché “sente” e “vive” il mondo più di noi. Parla coi suoi e i nostri fantasmi,  ci guarda dritto negli occhi afferra la nostra anima, grida la sua, le nostre verità, paure, fragilità. Realizzato in B/N con una Canon Eos reflex analogica e stampa baritata, “I Ragazzi di Don Orione” rappresenta per me molto più di un progetto artistico o fotografico (ad ogni modo importantissimo perché era la primissima volta che in vita mia fotografavo ed effettuavo un reportage con persone, e non fotografavo oggetti, paesaggio, statue) é stato e resterà per me un’esperienza umana e psicologica preziosa unica e indimenticabile.

Chiara Del Sordo

"Divenire"

Divenire parla di me attraverso il mio volto.

Interpreto me stessa - grazie a vecchie fotografie - per mostrare i frammenti netti in cui sento è stata divisa la mia vita interiore, vere e proprie "bolle" emotive, ognuna con la sua insita e potente dualità.

Ed ecco, di volta in volta, affiorare sul mio viso come decorazioni, la mia fragilità, il mio distacco, la mia dipendenza, la mia forza e il mio coinvolgimento nella vita.

Ciascun autoritratto va a comporre la storia del mio lungo e tortuoso percorso di autonomia.

Tutti, nel loro insieme e con il loro fluire, danno vita a qualcosa di nuovo per me: l'essere riuscita finalmente a ricongiungere i pezzi di questo vissuto profondo.

Oggi il mio volto di donna appare finalmente nella sua pienezza. Adesso sono IO.


Emiliano Cribari

 

"La Vita prima"

C’è una vita prima e una vita dopo l’autosufficienza. Queste persone sopportano i giorni ricordando frammenti della loro vita prima.

“La vita prima” è un progetto fotografico nato per porre l’accento sui limiti delle possibilità infermieristiche in relazione ai bisogni di chi, oggi, è ospite di una RSA. Un lavoro pensato per fare da stimolo a una serie di incontri di formazione dedicati a infermieri, operatori sanitari e dirigenti di strutture socio-sanitarie.

Le fotografie sono state realizzate all’interno di una struttura sana, qualificata, nella quale lavora personale preparato e dotato di un’etica forte e radicata.

Qua i pazienti vengono trattati nel migliore dei modi, sia dal punto di vista medico che dal punto di vista umano. Ciò nonostante, i bisogni imperano anche qua. E anche qua, come altrove, trionfa la solitudine. Come a dire che anche quando il sistema funziona, il sistema in realtà non funziona. 

Julia Upali

"Cambio Pelle"

Somatizzo con questi scatti un momento particolare della mia esistenza . Trasformo in forme ben definite i pensieri e le emozioni che mi attraversano. Questo progetto è nato senza la voglia di nascere.

Cerco una spiegazione e un appoggio in una mente confusa e sospesa ,la mia. 


Carlo Panza

"Limbo"

Per mia madre la gioventù è lontana, dimenticata, non ricorda più nulla di se stessa.

Il suo essere in vita, oggi, è come non esserci, senza passato né futuro.

La percezione dello spazio e del tempo

è sfuggita dalle sue mani in un soffio, alcuni anni fa.

Spero che quando sarà il momento,

sia avvolta in un vortice di aria fresca e limpida, che le faccia capire, in un attimo di lucidità, che il suo vivere non è stato invano. 

Michele Palazzo

"Dark City"

Una serie di street photographies scattate per le  strade di  New York. Con queste foto ho cercato di catturare quei piccoli momenti di solitudine che anche in una città con 10 milioni di abitanti sono parte della vita quotidiana. Piccoli momenti di dramma e solitudine che anche in quel grande sovraffolamento ci lasciano soli e fragili, distaccano dal mondo i soggetti fotografati in questa sospensione dark. I soggetti emergono dal buio che li circonda.


Valentina de Rosa

“Villa Monteturli”
è il nome di una nobile villa risalente alla fine del XV secolo situata in uno dei punti più suggestivi di Firenze: la collina di Poggio Imperiale. E’ una struttura sanitaria di riabilitazione estensiva a carattere abilitativo, continuativo ed assistenziale. Ospita trentasei persone, uomini e donne tra i 14 e i 60 anni, gravemente disabili con encefalopatie congenite o acquisite portatrici di deficit motori, psichici, mentali e sensoriali. Ho iniziato a frequentare la struttura nel 2013. Le mie fotografie elaborano lo schiaffo psicologico ricevuto dall’incontro e quell’onda d’urto che ne fuoriesce. Non c’è un dramma da denunciare, mi sono posta accanto a loro in silenzio, affiancando la mitezza degli ospiti, cerco di donare loro di uno sguardo incantato. Li trasfiguro in volti parlanti, sculture dalla gestualità potente, riscattando una vita tormentata e scandita da cure e medicine, silenzi e pianti. Il colore acido delle pareti e la geometria temperano corpi e volti, la persona al centro dell’inquadratura, il set ripetitivo e semplicissimo, aprono diversamente alla vita disabile: una possibilità, una variabile incontrollabile della bellezza e della vita, stravolgendo i connotati e la percezione ordinaria della realtà. Guardo negli occhi l’energia vitale e trasgressiva della disabilità totale, incosciente ed estrema nella salvezza di un’immagine.

Andrea Meloni

"Art of Decay"

Capisci di essere arrivato quando percepisci quell’odore.

C’è il buio. Quel maledetto buio che ti sovrasta e che ti impedisce di cogliere gli scorci migliori.

E poi il silenzio. Quel silenzio sempre uguale, che rende i tuoi passi pesanti e ti stringe i polmoni.

Gli edifici abbandonati mi hanno insegnato la fragilità e la solitudine. Ho scoperto che, in fondo, ad essere abbandonati non sono gli edifici che là fuori aspettano solo di essere esplorati. Quello ad essere abbandonato sono anche io. Abbandonato da chi non avrebbe dovuto abbandonarmi mai. Ma gli esseri umani, a differenza degli edifici, spesso non vanno d’accordo con la razionalità.

In quei luoghi dove spesso la natura è tornata sovrana, la mia mente si svuota e provo un senso di totale empatia con il Tutto. Al contempo, è un vero e proprio monito all'impermanenza e alla provvisorietà di ciò che mi circonda.


Filippo Bardazzi & Laura Chiaroni

"Granitsa"

A conseguenza della lunga occupazione sovietica, ancora oggi un quarto della popolazione dell'Estonia è di origine russa. 130 mila di loro si concentrano in Ida-Viru, una piccola regione che condivide ad est il suo confine (in russo granitsa) con la Russia stessa. Questa è l'area dell'Unione Europea in cui più alta è la percentuale di abitanti di origine russa rispetto alla popolazione: oltre il 73%. La fragilità è la condizione che meglio descrive l'esistenza di questa minoranza, in equilibrio precario fra due mondi. Se da un lato è infatti vero che parte degli abitanti ha ottenuto passaporto estone, sono in molti ad aver conservato la propria cittadinanza di nascita. Esiste infine una cospicua parte di popolazione che, non volendo affrontare i complicati test di lingua e cultura estone, ha deciso di rinunciare a entrambi i passaporti e vive nel Paese baltico in qualità di apolide.

Stefano Barattini

"Spazi Mentali"

Il tema della fragilità è un tema universale, che riguarda ogni essere umano e creatura. In senso generale il termine “fragilità” esprime qualcosa che può rompersi, spezzarsi; ma, lo stesso termine, può indicare qualcosa di delicato, che richiede cura. Ci sono fragilità visibili e invisibili, dicibili e indicibili.

Ci sono luoghi che la memoria non deve e non può dimenticare, luoghi di dolore e privazione: i manicomi che la legge Basaglia del 1978 ha voluto abolire.

Attraverso le immagini di queste strutture abbandonate, che si mostrano estremamente fragili rispetto all’azione del tempo e ci ricordano che nulla è permanente, voglio rappresentare la fragilità della mente che abita la profondità e la bellezza di anime pure, che in questi luoghi hanno vissuto.


Veronica Morresi

"Donna"
Il progetto che Vi presento ha come tema la fragilità della donna, che si trova a superare, tutti i giorni, le difficoltà di un mondo pieno di disuguaglianze. Non a caso ho scelto la Donna: simbolo di forza e al tempo stesso fragile, ma che sa rialzarsi da ogni difficoltà. Le foto sono autobiografiche in quanto, oltre ad essere io la protagonista, racconto i miei momenti di fragilità dinanzi alle difficoltà della vita. Sperimento da qualche mese il movimento, con la quale cerco di rendere situazioni  vive e che possano suscitare emozione per chi le osserva.

Valentina Mura

"Hidden"

Il progetto è dedicato a tutte quelle persone che ogni giorno combattono i loro demoni interiori. Sono demoni trasparenti, invisibili, nascosti agli occhi degli altri, eppure tanto reali da soffocare. Nessuno può vedere ciò che si nasconde dietro i nostri occhi, dentro i nostri cuori, nei nostri ricordi. La lotta con i demoni è interminabile. Ogni immagine rappresenta una battaglia vinta o una battaglia persa da ciascuno di noi, per non perdere mai la voglia di combattere; rivelano una ricerca introspettiva sugli effetti del malessere interiore che affligge l'essere umano. È un demone silenzioso, accecante, riposa al di fuori dello scorrere del tempo. Si manifesta tramite presagi oscuri, fiato spezzato, immobilità; è un soffocamento lento ed invisibile. Alcuni dei sottotemi affrontati nel progetto sono la perdita, l'impotenza di fronte ai demoni della mente, la rassegnazione al costante senso di negatività, l'elaborazione del lutto. 


Carola Minincleri & Sofia Fernandez Stenstrom

"About femininity” 

Otto donne si ritirano in un luogo pacifico e selvaggio della Sardegna del sud, alla fine dell’estate scorsa, per indagare il proprio rapporto con la femminilità e poi recuperare un sentire femminile che vada al di là degli stereotipi, delle contrapposizioni e delle inesauste richieste di corrispondere a qualcuno o qualcosa di diverso da ciò che sono. 

Con la guida di due artiste, si dedicano a riconquistare passo a passo una relazione con Madre Natura, e scoprono che tale conquista è fatta di un progressivo abbandonarsi alla propria essenza, alla propria creatività, al proprio sentire. 

E, in quello stato di purezza, contattano storie di fragilità che hanno preso casa nei loro corpi, nei loro sguardi e gesti, e il coraggio di ascoltarle, di attraversarne la memoria fino a sentire la forza che rinasce e si fa presente e pulsa al ritmo della vita.

Patrizia Mori

"BreathLess"

Uno specchio d'acqua riflette e assorbe, accoglie in sé e rimanda un panorama interiore, una verità sommersa: sono ritratti in sequenza di giovani appena pochi centimetri sotto la superficie dell'acqua, bloccati in una condizione che non permette il respiro e che, se prolungata, non può concedere la sopravvivenza.

In BreathLess l'impossibilità a respirare e l'annaspare divengono metafora del tentativo di emergere combattendo con le continue difficoltà del mondo contemporaneo, che concede poche prospettive e un futuro incerto.

Patrizia Mori interpreta lo smarrimento e l'inquietudine che avvolgono gli slanci, le pulsioni, le ambizioni e i sogni dei giovani di questa nostra epoca, che annaspano nella ricerca di una propria identità, di un proprio stabile centro.

Ma nella sequenza delle immagini appare una figura che emerge dallo specchio d'acqua per tornare a respirare: la fotografia diventa così non un semplice atto, ma la possibilità di restituzione di un'identità occultata, una speranza.


Bruno Giusti

"Presenze Alterate"
Ovvero; l'uomo "mutato" dalla globalizzazione è reso oggi alienato e fragile ed esprime con il proprio corpo conflitti culturali, razziali e gravi danni nel processo di comunicazione tra individui.

Erjola Zhuka

"Costanti fragilità" 

La fragilità è elemento connaturato alla natura umana e geneticamente insita nella nostra esistenza.

La fotografia è il medium perfetto perché tenta di fermare un attimo in un’immagine e rappresenta una metafora ideale per dar forma al concetto di fragilità e di effimero.

Le mie fotografie mettono in mostra forme “reali” non sottoposte cioè a “maquillage estetico”.

Quelle forme di manifestazione sociale spesso ai limite fra rituale quotidiano e le forme marginali e sotto culturali.

Particolare attenzione è dedicata a quelle zone di confine non solo geografico ma anche socio-culturale, che esprimono meglio le dinamiche evolutive, i cambiamenti estetici e comportamentali.

Le culture e le forme espressive e comportamentali giovanili, meno soggette a modelli preordinati e più inclini alla creazione di modelli alternativi.

Allo stesso modo zone di “confine” geo-culturali, anch’esse in evoluzione e spesso situate al limite fra tradizione e innovazione, conservazione e sperimentazione.

Una civiltà sempre connessa, che ha superato le forme stabili di relazione e quelle culturali consolidate, per vivere all’insegna dell’instabilità – connaturata alla fragilità – e alla necessità di uno scudo estetico, di un look che sostituisca la solidità del contenuto.

Il modello estetico che cerco di strutturare si allinea al concetto di “reportage lirico”, che rispetta ontologicamente la realtà oggettiva e prova a cogliere la dimensione poetica insita in essa.

Quella dimensione lirica – che di fragilità si nutre – nascosta all’occhio umano e allo sguardo superficiale, che si dischiude e rivela nella cristallizzazione dell’immagine che si palesa con il lavoro dell’obiettivo.


Riccardo Muci

"Momenti Sospesi"

Nascondersi nell’oscurità e nella luce senza farsi scoprire, neanche da noi stessi, perché aprirsi sarebbe troppo doloroso; provo ad immaginare e immortalare quei momenti per demonizzarli e perché fotografare mi rende felice.

Tecnicamente, ho scelto di realizzare le immagini esclusivamente in fase di scatto, perché il tentativo di fermare quegli istanti potesse essere il più reale possibile, limitandomi a post-produrre senza utilizzare fotoritocco.

 Un progetto appena nato ed aperto, in continua evoluzione, come altri miei progetti.

Silvia Noferi

”Veramente siam noi polvere et ombra”

La Polvere nella sua definizione, è un insieme di minutissime particelle incoerenti, proprio come noi. è spesso abbinata al tempo, si dice la polvere dei secoli ed è polvere quella che scorre all’interno della clessidra.

La Via Lattea a cui appartiene la nostra galassia è pervasa di polvere, polvere di stelle.

Le foto con i coriandoli che si dispongono come lontane nebulose di stelle sul volto, costruiscono immaginifiche costellazioni che mischiandosi con i lineamenti concedono un effimero anonimato. Ingenerano una riflessione su cosa si debba prendere su serio e perché. Contestualizzandole al nostro tempo diventano metafora del nostro duplice e contraddittorio desiderio di apparire e celarsi, insieme. Un mostrarsi senza danno come la scia luminosa di una cometa, come l’intermittenza di una stella.

Rivelano la nostra fragilità e ridicolezza nei confronti del mistero dell'universo; allo stesso tempo rimandano ai pixel, allo sciame digitale e tecnologico che avvolge le nostre vite e ci proietta in un futuro non ancora immaginabile. 


Jacopo di Cera

"Amatrice"

La consapevolezza dell'assenza.

Sabrina Tomasella

”Orizzonti”

Paesaggi naturali, Eden circoscritti e poco antropizzati, paesaggi campestri e costieri con equilibri fragili.

Ampi orizzonti della Normandia, mare, cielo, vento e nuvole dove lo sguardo si perde in un intimo piacere, mi fondo con essi, diventando paesaggio.

Nel quotidiano prevalgono gli spazi anonimi, le periferie sconsolanti, l’inquinamento, il traffico, i ritmi vitali sono travolti.

Un invito a cercare “Orizzonti” naturali seppur fragili, a fermarsi a contemplare e a fare scelte consapevoli. 


Juliaan Hondius

"Adamo"

La notte è la sconfinata profondità della conoscenza. Una perla nera, smarrita, si affaccia sul margine di una nuova dimensione, una finestra aperta sull’infinito. Una figura misteriosa, ci lascia osservare al di là, dissolvendosi nel pacifico silenzio. Siamo così vicini e così lontani, tessitori del nostro destino ma mai privi di speranza. Adamo “creato dal suolo”, attende l’alba luminosa, contemplando qualcosa che finisce. L’uomo è una coscienza inserita in un tutto. Il rapporto tra il sè e il tutto è l’orizzonte esistenziale in cui Juliaan si pone. Lo spazio, contiene la possibilità del diverso ME STESSO. Il “noi” non è che un multiplo dell’io, un risultato del suo intimo e ripetuto sdoppiarsi riflessivo. Il bianco e il nero, la luce e il buio, il dritto e il rovescio, ogni contrasto è valido, in questo dualismo elegante e minimal. “ Ogni cosa può essere diversa da come appare”, sosteneva Alfred Adler, ritroviamo in questa riflessione, la chiave di ricerca del progetto INFRARED.

In una società sempre più debole e disgregata, l’individuo si sente alienato. Il sè diventa luogo di rifugio e analisi, intimamente interpretato attraverso il magnifico filtro e l’originale occhio dell’artista.

Claudio Battista

”Limiti”

Fragilità sottolinea nell’accezione negativa del termine l’esperienza personale di incontro, accettazione e convivenza con fattori che pur non direttamente dipendenti dalla propria volontà, interagiscono nella vita, nelle scelte, nella visione di sé, nelle possibilità, nella sicurezza e nell’autostima. Questi limiti, rappresentano ostacoli con cui scendere quotidianamente a compromessi, spesso nascosti, ma che è possibile affrontare con nuove chiavi di lettura alla scoperta di altre mete passando al contrario per una loro rivalutazione. La serie rappresenta la volontà di abbracciare queste lacune, filtrarle attraverso il medium fotografico con “soluzioni” estetiche, scenari concettuali innovativi in seno alla propria          urgenza espressiva nel caso specifico indotta da una condizione esistenziale di frustrazione, sfiducia e sconforto connessa alla precaria situazione  lavorativa non adeguata alle personali aspettative, aggravata da una improbabile quanto remota redenzione “artistica”. Il protagonista dedica infatti tutto il restante tempo libero alla fotografia, ma l’impegno non basta  a colmare il bisognoso tentativo di rivalsa. La barriera non solo ideologica ma anche fisica si identifica nel luogo stesso dove quotidianamente il disagio viene vissuto: una cabina per verniciature industriali, isolata dal resto del mondo da spesse pareti in vetro. Quel vetro che divide le due realtà: quella quotidiana, malsana ed alienante, da quella ideale del riscatto e della fuga, diventa lo schermo sul quale la serie fotografica definitivamente proietta il riscatto. Via via che la lavorazione avanza, i depositi di vernice in eccesso formano sul vetro il “retino”, la granitura da acquatinta indispensabile come la tecnica calcografica insegna, a disegnare passaggi e  gradazioni tonali. L’autore “avverte” la possibilità di lasciarsi rivelare in quelle aggregazioni, lo stesso scarto a margine di quel mondo opprimente diventa il mezzo in cui scoprire il sé, osservare la propria condizione da una prospettiva nuova guadagnando una via per la salvezza;  istanti diversi per tempo e luogo: il dentro opprimente che via via rivela il fuori liberatorio, restituendolo nella nuova matrice,  passaggio iconografico per una possibile soluzione esistenziale.



Il cuore del tema "Fragile" era il seguente:

"Questo tema vuole sottolineare la fragilità vera o presunta, nascosta o manifesta dell’essere umano per privarla di quella componente negativa che la assimila, nella nostra società attuale, ad un vero e proprio tabù. "

(privarla della componente negativa non evidenziarla)

La fragilità come baluardo di purezza e bellezza delicata, e tutti noi sappiamo quanta forza occorre per rimanere puri e fragili.



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